Franco Condò Sei sempre fra di noi di Antonio ANZANI


Questo è l’articolo che non avrei mai voluto scrivere che, tuttavia, il cuore mi forza e costringe a scrivere per il nostro Franco dal quale una morte prematura e crudele ci ha orbato.

Esso non è la sola mia voce personale, ma quella della nostra Pro – loco tutta della quale, per circa vent’anni, Franco è stato fra i protagonisti più operosi, affezionati, fattivi. Ho avuto modo di ricordarlo durante le esequie, in Chiesa: il luogo stesso e le circostanze hanno circoscritto e condizionato il mio dire al profilo spirituale dell’uomo.

Qui no, non sono io a parlare ma la Pro – Loco tutta attraverso questo scritto.

Che non è una commemorazione che saprebbe di formale; non è un ricordo che implicherebbe il rischio inesistente dell’oblio; non è un elogio che saprebbe di ufficiale e formale. È un colloquio con te, Franco, di noi tutti: di quanti come me ti hanno avuto quotidianamente a fianco; di quanti ti hanno visto all’opera; di quanti per età hanno solo sentito parlare di Te.

Dal 13 agosto 2016, quando presentammo il nostro più recente volume “Il Catasto Onciario di Petrizzi” e stentai lì per lì a riconoscerti, non per il mio deficit visivo ma perché la malattia Ti aveva già minato, ma non fiaccato – tanto che il Tuo intervento estemporaneo fu forte ed apprezzato – io urlai fra me: “Non voglio vederlo”.

Lo stesso urlo del sommo Poeta spagnolo Federico Garcia Lorca che rifiutò di vedere il corpo del grande torero suo amico Ignacio Sanchez Mejias straziato dalle incornate di un toro feroce.

Come Lorca ho scelto di ricordarti com’eri, prima che la malattia feroce come il toro in quella Plaza de Toros iberica, ti sfigurasse.

Non ne ho avuto il coraggio, lo confesso, forse sono stato un vile, ma per il grande affetto. Ricordiamo il Tuo comportamento apparentemente ruvido, per darti un contegno, ma profondamente bonario ed affettuoso.

Quanti ricordi affiorano alla mia mente, alcuni comici, altri impegnativi, altri commoventi!

Quando alle 10 di sera ci telefonarono sul telefono pubblico allora non c’erano ancora i cellulari né i mezzi celeri di comunicazione di oggi, che la Troupe Lirica (quasi cento persone) sarebbe arrivata a Petrizzi non il pomeriggio del giorno dopo, come concordato, ma la mattina, quindi bisognava provvedere anche al pranzo oltre che alla cena. Che fare?

Un piccolo gruppo capitanato da Franco, con me, Alfredo Sestito e qualche altro, ci recammo nel Feudo S.  Teresa: la sig.ra Gerarda ci sarebbe venuta incontro. Un vecchio montone (zimmaru) di ottanta chili venne ipso facto sacrificato e, trasportato a Petrizzi, immerso in un bagno di aceto per tutta la notte; la mattina dopo il forte olezzo del montone era scomparso: Franco e Alfredo lo prepararono e a mezzogiorno fu servito: i musicisti, di buon appetito, lo definirono tenero capretto al forno con contorno di patatine: inaspettata metamorfosi.

Nei primi anni ’80 ci fu un anno, forse l’anno clou della nostra Pro –  Loco, anche perché Petrizzi fu una passerella di celebrità (Gazzelloni, Jean Micault, Vina Schneiderman con la sua magnifica orchestra di Stato, l’orchestra giovanile di Stato di Israele, l’orchestra giovanile di Amburgo, attori di peso nazionale quali Milla Sennoner e Carlo Alighiero, conferenzieri quali il docente universitario Mario Manno, l’Arcivescovo Cantisani, il Prefettto Panetta,il regista televisivo Mario Foglietti, il Jazzista David Murray, il jazzista Romano Mussolini.

Ventinove manifestazioni di peso specifico culturale e artistico altissimo e d’impegno organizzativo e logistico grave, in 31 giorni: forse cominciava ad avverarsi il mio folle sogno di fare di Petrizzi una piccola Spoleto?

Franco ironizzava amabilmente sui miei programmi di alta cultura, ma sapeva benissimo che anche lui si muoveva sulla stessa linea visto che anche artisti e uomini di cultura debbano pur nutrirsi.

E’ difficile dire quale sia stato “il capolavoro” di Franco.

Per me non c’è dubbio sia stato il viaggio a Strasburgo, pensato da Lui tramite il suo Partito (diverso dal mio e da quelli di molti altri partecipanti) ma per la Pro – Loco c’era – ed esiste –  un unico partito per il quale c’impegnavamo e ci impegniamo Petrizzi, orgogliosi di aver fatto conoscere a mezzo mondo questo nostro paesino, un invisibile puntino sulla carta geografica.

55 persone fra cui persone anziane e giovanissimi, partimmo per un viaggio di 5.000 Km in tappe dove avevamo dato appuntamento ai petrizzesi colà residenti:

Montecatini, Desio, Lugano, Shaffausen, Strasburgo, Karlsrue; Desio, Rimini.

I Petrizzesi, gli emigranti della prima ora, quelli partiti con la valigia di cartone legata con lo spago, che non si conoscevano né conoscevamo di persona, accorrevano recando bottiglie di vino: si brindava assieme, si rideva ma si piangeva anche di commozione, come nel salone dell’albergo Selide di Desio, dove non riuscii a concludere il mio saluto.

Lo splendido duomo gotico di Strasburgo, la magnifica architettura della città, il monumento a Guttenberg nonché la sede del Parlamento Europeo con la partecipazione ad una seduta dell’Assemblea, ci vennero illustrati da un personaggio forse messo alle nostre calcagna dai politici di Strasburgo ma divenuto subito nostro amico: l’Ambasciatore Umberto Dell’uomodarmi.

Nel ’79 quando ebbi il coraggio (sapevo bene di avere alle spalle Franco e un agguerrito gruppo di collaboratori) portare a Petrizzi sei pulman con tutta l’Alta Dirigenza Nazionale della Pubblica Istruzione su incarico ministeriale (con due Ministri in carica “Salvatore Valitutti e Massimo Severo Giannini”: se ne parlò in tutta Italia, per decenni, di questo paesino ospitale che li accolse con la banda, fatti oggetto di lancio di confetti della sig.ra Serafina Gironda, un concerto sinfonico nella Chiesa della SS. Trinità diretto  dal M° Giorgio Sorrenti, un pranzo eccezionale in palestra (cinquecento coperti) possibile perché l’Istituto Alberghiero di Soverato era coadiuvato dalla Pro – Loco di Petrizzi, cioè Alfredo Sestito, Franco Condò e pochi altri. Quella sera ricevetti il più bel complimento della mia vita. La prima persona che presentai al Ministro Giannini, già mio Maestro all’Università e sui cui libri mi ero formato, fu la mia balia, Maria Caristo: “Signora lo avete cresciuto bene: i miei libri non li ho scritti invano”: furono le parole del Ministro.

Potremmo continuare e non è detto che non lo faremo; nella commozione, nel dolore di questo momento, queste dette sono le prime cose affiorate dai nostri cuori alle nostre menti.